“CERCHIO” di Turi Volanti

RECENSIONE al LIBRO “CERCHIO” di Turi Volanticerchio di turivolanti

Saper distinguere il bene dal male non è cosa semplice.
E l’ opera ” Cerchio ” di Turi Volanti ci dona una prova di questa asserzione, allorché l’autore osa con le sue parole descrivere il profondo baratro cinto dentro la mente umana che descrive la forza e similarmente la beata debolezza di chi, vivendo in condizioni precarie, si trova a confrontarsi con la durezza del mondo, ( di un mondo diverso, in questo caso il Settentrione per un siciliano ) e il suo male.
Il romanzo dal principio non ha nulla di introspettivo e sembra semplicemente un ‘ amara descrizione della povera realtà siciliana di un piccolo paese, Paesello, ove vive Tito Laurì, un ragazzetto dalle spiccate doti artistiche ed immaginative.
Niente lascia presagire le vicissitudini che accadranno al protagonista se non che le frasi nascondano già in sé una morale di ciò’ che sarà, come a costruire della realtà una favola, condizionata da una cadenza ridondante che accentua la descrizione dell’ ineluttabilità del destino umano, caratterizzato dal continuo fuggire da un baratro incipiente.
La treccia della madre già preclude l’intrecciato meccanismo della vita del protagonista, che pare nella sua storia come un individuo complesso e articolato, di una falsa mestizia. E così il suo volto è il suo ” moto “, egli è l’inizio e la fine di svariate vicende, un autunno che viene e passa (pag. 292 “Autunno venne e autunno passò ” ).
Ma questa non è la sensazione iniziale suscitata dal protagonista del romanzo. Sin dal principio egli si mescola tra i lavoratori della fornace, un’ ombra che cela un abisso di verità e sublimazioni dell’ essere, che si disvelano lentamente nell’ evoluzione della storia.
Innocente quanto beffardo, ama Tonina ma sposa Erosina, con una freddezza animata da un fuoco di emozioni e mancanze, tratti lievi di una personalità assidua quanto cangiante, forte e meschina, poiché artefice di rivolte insidiate nell’ animo altrui.
Egli ferisce, ma è incapace di uccidere di propria mano e preferisce lasciare che gli eventi da esso provocati scorrano sui suoi affetti come un fiume che lento va all’abisso, l’abisso da lui varcato nei monti innevati alla ricerca del corpo della povera Tonina, e che solo lui conosce e può sondare.
Quella presentata è una storia universale chiusa nel racconto e forata di un abisso presente solo nella vita sensibile, come se le parole fossero la chiave di uscita dal Caos.
Tito è come una nuvola che passa dall’arte alla vita senza ambiguità, come se incarnasse l’una e l’altra piantato su immanenti valori che lo lasciano sfuggire all’ ” altrui “, uccidendo senza uccidere nessuno.
Il protagonista possiede una psiche che si muove pacatamente nella società e si rende immune dall’ abbandono, custode di un amore evidente e concreto per l’ arte ed il mito. Egli solo è capace di distruggere i miti da lui stesso innalzati, con una psicologia dal ” tocco fermo “, dove tutto è mezzo e la ragione altrui è il tramite per la sua stessa vita, con una forza e un’indipendenza guardata dall’ occhio freddo di chi e’ condannato al distacco.
L’ opera ha l’ intreccio di chi non perde le sue radici e segue con linearità la sua appartenenza geografica e le sue origini con la consapevolezza che l’ animo umano è fatto di necessità’ e diversità, di umiltà e supremazia, in un mondo dove solo la prontezza del pensiero riesce a condurre alla verità della ragione.

IMG_2746Valentina D’Agosta 2015

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