Giovanni Pascoli di Carla Maria Casula

Giovanni Pascoli

(biografia, poetica del fanciullino, simbolismo, fonosimbolismo, analisi del testo  “ l’Assiuolo”)

GIOVANNI PASCOLI

BIOGRAFIA

(ho tracciato un profilo biografico atto a mettere in luce le travagliate dinamiche familiari e psicologiche che agitano l’esistenza dell’autore, poiché il corpus lirico del Pascoli è riflesso fedelissimo delle dolorose vicissitudini affettive e del cammino intrapreso dal Pascoli giovinetto/uomo/poeta).
Giovanni Pascoli, quarto di dieci figli, nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì). In virtù degli studi scolastici intrapresi, acquisisce una salda formazione classica e si avvicina all’arte poetica, incoraggiato dagli insegnanti. Nel 1863 si aggiudica il primo premio in un concorso di poesia latina ad Amsterdam, un riconoscimento insperato che amplifica l’interesse, il desiderio e la dedizione nei confronti della poesia.
Il 10 agosto del 1867 il padre Ruggero, di ritorno in calesse da Cesena alla tenuta di San Mauro, viene colpito a morte da una fucilata e questo evento traumatico (immortalato con maestria nel componimento “X agosto”, pubblicato nella sezione “Elegie” delle “Myricae”) segnerà in maniera oltremodo incisivo l’iter esistenziale e poetico dell’autore.
In seguito alla morte della madre (altro evento devastante che lacera i pochi tasselli di cuore rimessi insieme dal Pascoli adolescente. Struggenti i tre sonetti, pubblicati nella sezione “Ricordi” delle “Myricae”, collegati al tema degli occhi materni), di due fratelli e al matrimonio di Giacomo, il maggiore, che rivestiva il ruolo di capofamiglia, i Pascoli si disperdono. Ida e Maria, le sorelle che tredici anni più tardi formeranno assieme a lui un rinnovato ed esclusivo nucleo familiare (e che saranno fonte di ispirazione poetica), vengono mandate a Sogliano sul Rubicone, presso il collegio delle monache agostiniane, per essere formate come educande (una lirica particolarmente intensa e pervasa da dolorosi presagi, pubblicata nella sezione “Ricordi” delle “Myricae”, ritrae l’atmosfera cupa del convento).
Nel 1882 Giovanni si laurea in Letteratura Greca, discutendo una tesi su Alceo e nello stesso anno viene nominato professore di Latino e Greco presso il Liceo di Matera, dando così l’avvio alla sua carriera d’insegnante. Nel 1884 viene trasferito presso il Liceo di Massa ed è proprio la città toscana che nel 1887 diviene la sede della tanto agognata ricostituzione del nucleo familiare con Ida e Maria, richiamate da Sogliano. Il Pascoli, iperprotettivo e incline a morbosa gelosia nei confronti delle sorelle, ostacolando (più o meno larvatamente) qualsiasi relazione esterna, vorrebbe impedire loro una vita affettiva fuori dal “nido”.
L’arco temporale che intercorre tra l’87 e il ‘95, caratterizzato da esperienze lavorative a Livorno, Pisa e nella Capitale, culmina in un evento che incide oltremisura nel già provato equilibrio psicologico del poeta: il matrimonio di Ida. Nozze contemplate ma temute, che riaprono l’antica e dolorosa ferita dell’abbandono. Giovanni non perdonerà mai alla sorella l’aver infranto l’unità del “nido” familiare, l’essere stata infedele a quel “locus amoenus” agognato, ricostituito con tanta fatica e mitizzato. Il trauma dell’abbandono e del tradimento provoca in lui un persistente “squilibrio nervoso” che cerca di combattere attraverso un rapporto ancora più stretto (letteralmente esclusivo) con Maria, la sua Mariù, che gli offre una dedizione totale. E, per ricambiare il sentimento di esclusività dimostrato dalla sorella, interrompe il fidanzamento, caldeggiato da Lia, con la cugina Matilde (alcune fonti riferiscono di una visita segreta da parte di Maria che, con parole oltremodo convincenti – minacce, mascherate da ricatti psicologici, oppure un appello struggente? – riesce a far desistere Matilde dal progetto matrimoniale).
Intanto uno stato depressivo serpeggiante spinge il poeta ad abusare di sostanze alcoliche e questa abitudine incline alla sregolatezza sarà la causa della grave forma di epatite che gli verrà diagnosticata dieci anni dopo.
Nel 1902 i due fratelli si trasferiscono stabilmente a Castelvecchio, una frazione di Barga (Lucca) e, nello stesso anno, Giovanni viene nominato professore straordinario di Grammatica Greca e Latina presso l’Università di Bologna. Nel 1905 gli viene tributato l’onore di essere titolare della cattedra di Letteratura Italiana presso la stessa Università, come legittimo successore del Carducci (che morirà l’anno successivo).
Giovanni Pascoli, in seguito all’aggravarsi delle proprie condizioni di salute che impediscono l’attività d’insegnamento, muore a Bologna, nella Casa dell’Osservanza, a causa di un tumore al fegato, un mese dopo aver appreso la notizia della vittoria ad Amsterdam della tredicesima medaglia d’oro per uno dei suoi più validi poemetti latini. Per volontà della sorella, viene sepolto nel cimitero di Barga.
Maria, fortemente provata dalla malattia tifoidea che aveva contratto, ma pervasa da orgoglio reverenziale, riordina il materiale lasciato dal fratello e dà l’avvio a diverse pubblicazioni.

POETICA

Risultati immagini per il fanciullino pascoli immaginiCaposaldo della poetica del Pascoli è la cosiddetta “teoria del Fanciullino”, pubblicata nel saggio “Il Fanciullino” (dal chiaro riferimento al Fedone di Platone, in particolare al passo concernente il dialogo tra Socrate e Cebe), composto da 20 brevi capitoli e pubblicato per la prima volta nella rivista fiorentina “Marzocco” (la versione definitiva uscirà nel 1903 nella raccolta di prose “Miei pensieri di varia umanità” e nel 1907 il Pascoli lo inserirà nell’antologia “Pensieri e discorsi”). La celeberrima teoria si esplica nella visione del mondo filtrata attraverso lo sguardo cristallino, tipico dei bambini, i quali riescono a cogliere il senso più autentico delle cose, osservandole con gli occhi dell’anima e sono capaci di percepire e afferrare la genuinità che alberga dentro di esse, senza lasciarsi influenzare da incrostazioni sovrastrutturali. Si tratta altresì di uno sguardo che si rinnova in maniera inesausta e conserva la facoltà di stupirsi di fronte alla realtà, una realtà, potremmo dire, riplasmata in versione “naif”, scevra da abitudini, luoghi comuni, artificiosità, pertanto ontologicamente pura ed essenziale. Il Fanciullino ( “l’Adamo che dà il nome a tutte le cose”), sopravvissuto e custodito nell’intimo dei poeti, è un demiurgo che forgia il mondo di rinnovata meraviglia e genuinità ogni qualvolta lo osserva. E il fanciullino interiore rimane tale anche quando l’individuo diventa adulto e si caratterizza per la capacità di approdare alla verità, non attraverso l’iter della ragione ma, al contrario, guidato dalla sfera intuitiva, irrazionale, osservando ciò che lo circonda con stupore aurorale, come se fosse la prima volta. Si configura, dunque, un’immagine dell’infanzia come “locus amoenus” da riscoprire e rivivere e come luogo poetico per eccellenza. E questa teoria estetica si condensa in esplicazione e motivazione delle raccolte poetiche più rappresentative, quali le “Myricae”, i “Poemetti”, i “Canti di Castelvecchio” e “Odi e Inni”.

Le “Myricae” 

MyricaeNon si può analizzare il testo poetico “L’assiuolo” né descrivere, seppur brevemente, il simbolismo e il fonosimbolismo, colonna portante della produzione poetica pascoliana, senza accennare alla raccolta poetica “Myricae”. Si tratta di una silloge meditata e strutturata lungo un arco di tempo molto ampio, dunque include e illustra delle fasi variegate sia dell’attività versificatoria dell’autore, sia della sua storia personale, del faticoso percorso psichico compiuto dall’io orfano in quel sentiero sempre più alienante, costellato di asperità e incertezze, che proprio nella poesia trova ampie risonanze.
La raccolta, sin dalla prima edizione, reca in epigrafe il motto «Arbusta iuvant humilesque myricae» tratto dalle Bucoliche di Virgilio (IV, vv. 1,2): «/Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae» (“Non a tutti piacciono le umili tamerici”). E proprio la titolazione diventa un manifesto argomentativo: il Pascoli, ribaltando il concetto virgiliano, annuncia di voler trattare argomenti semplici, che riguardano la quotidianità.
Le “Myricae” costituiscono un vero e proprio romanzo autobiografico in versi, che ha subito un iter editoriale e filologico lungo e travagliato, dall’organizzazione embrionale del 1890, fino alla stesura definitiva del 1911, attraverso ampliamenti argomentativi, incrementi numerici di testi, modifiche ed espunzioni. La raccolta, che si apre con il poemetto “Il giorno dei morti” (rievocazione dei lutti familiari in chiave visionaria), il quale funge da epigrafe qualificativa di un tema persistente, è suddivisa in sezioni ma ingloba anche dei testi poetici esterni.
La particolarità consiste nel fatto che il numero delle sezioni è esattamente identico al numero delle poesie libere, ossia 15 e ciò non rappresenta una semplice casualità ma è il frutto di una volontà quasi ossessiva dell’autore verso una costruzione pianificata, atta a esprimere un forte valore simbolico anche nella disposizione interna.
La raccolta rappresenta un crogiolo di sperimentalismo metrico, poiché contiene un’ampia varietà di testi poetici con tipologie strutturali anche arditamente combinate fra loro: dagli schemi classici a quelli meno consueti e persino obsoleti. Sono presenti sonetti tradizionali, ballate e para-ballate di vario tipo, strofe saffiche, madrigali, strambotti e rispetti toscani. E compaiono tutti i metri con un amplissimo inventario di combinazioni, dal canonico endecasillabo, al settenario combinato col trisillabo e col trisillabo e settenario, oppure alternato con il decasillabo, dalll’ottonario solo o combinato con il quadrisillabo, alle strofe di novenari soli oppure combinati con trisillabo e senario.
Ma la grande novità dell’opera è il recupero del novenario che, dopo il discredito gettato da Dante nel “De vulgari eloquentia”, era caduto in disgrazia (in realtà venne ripreso dal Chiabrera nel ‘600, ma fu un ritorno in auge effimero. La sua valorizzazione si ebbe con la triade Carducci, Pascoli, D’Annunzio). E proprio la straordinaria molteplicità di schemi metrici rende la raccolta poetica una vera e propria miniera d’oro per chi desidera avvicinarsi alle regole della metrica o perfezionarne la conoscenza, oppure semplicemente avere un panorama esemplificativo completo.
Le “Myricae”, inoltre, sono fondamentali per la comprensione del simbolismo e rappresentano un paradigma, un attingitoio prolifico del fenomeno letterario. In esse, infatti, il dato concreto viene costantemente sovradeterminato da un significato simbolico/allegorico.

Simbolismo e fonosimbolismo

Due pensieri, due sensi racchiusi un un solo vocabolo è ciò che caratterizza lo status di ogni forma di significazione simbolica (un “signans” ma due “signata”).
Per il Pascoli, maestro del simbolismo italiano, l’inventario lessicale della nostra lingua, ossia l’insieme di tutti i vocaboli che la compongono, è un terreno vergine e ogni termine può essere rivestito di un ulteriore significato. Dunque il vocabolo avrà un significato primario, che l’uso consueto gli attribuisce e un significato secondario più profondo che, superando le convenzioni linguistiche, plasma e dà nuova vita all’entità alla quale si riferisce. Il linguaggio poetico diventa, perciò, un codice speciale per ribattezzare il lessico e sovradeterminarlo, attribuendogli un senso allegorico.
Ma il poeta si spinge oltre il simbolismo e costruisce ogni singola parola minuziosamente, in maniera oltremodo certosina, trasformandola in cassa di risonanza di impressioni e ricordi. Grazie al fonosimbolismo, procedimento linguistico che consente l’evocazione simbolica di significati attraverso suoni o sequenze di suoni contenuti nel lessico, i fonemi, che di per sé non possiedono proprietà semantiche, diventano veicolo di sensazioni e acquisiscono valore esplicativo di tutto un universo percettivo.

Motivazione della scelta della poesia:

Perché ho scelto “L’assiuolo”?
Innanzitutto perché mi affascina il ritmo dei novenari, in secondo luogo perché questo testo poetico rappresenta un capolavoro di impressionismo simbolico ed è emblema della perizia del Pascoli nell’utilizzare il fonosimbolismo per amplificare e diffondere un corteo di sensazioni: la sillaba onomatopeica, che chiude ogni strofa, si fa veicolo di mistero, di presenza indeterminata eppure gravida di concretezza, timorose aspettazioni, inquietudine.

carla Casula

 

 

Carla Maria Casula

 

 

ASSIUOL POESIAIMMAG

Pagina a cura di Giusi Contrafatto – Ass.CaLeCo

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